Nel pieno del percorso di adesione del Montenegro all’Unione europea, con gli Stati membri che hanno avviato la redazione del Trattato di adesione, un’intervista del presidente Jakov Milatović ha messo in difficoltà Podorica, riaccendendo tensioni mai del tutto sopite con la Croazia. Milatović ha dichiarato a TV E, il primo giugno 2026, che Capo Oštro, sulla penisola di Prevlaka, dovrebbe nei negoziati finali sul confine “appartenere al Montenegro”, definendo la questione un interesse nazionale strategico legato alla difesa dell’accesso alle Bocche di Cattaro, come riporta Danas. La dichiarazione ha riacceso una disputa territoriale rimasta irrisolta dalla dissoluzione della Jugoslavia, provocando una risposta secca da parte di Zagabria.
La disputa su Prevlaka non è una questione di poco conto, ma uno dei dossier bilaterali più sensibili tra Podgorica e Zagabria, direttamente legato al negoziato di adesione all’Unione del Montenegro. Da dicembre 2024 la Croazia, in quanto Stato membro, blocca la chiusura del Capitolo 31 – riguardante politica estera, di sicurezza e di difesa – a causa di una serie di dispute bilaterali irrisolte con Podgorica, tra cui la proprietà della nave scuola “Jadran”, i risarcimenti di guerra legati al conflitto degli anni Novanta e proprio la demarcazione su Prevlaka, come ricostruito da Balkan Insight. Il Montenegro rappresenta oggi il Paese maggiormente avanzato nel processo di allargamento, con l’obiettivo dichiarato di chiudere tutti i capitoli negoziali entro la fine del 2026 e diventare il ventottesimo Stato membro nel 2028: una rivendicazione di questo tipo, in una fase così delicata del negoziato, rischia di complicare proprio l’ultimo tratto del percorso.
Una disputa con origini lontane
Le origini della contesa risalgono alla dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Capo Oštro, con l’omonima fortezza austro-ungarica del XIX secolo, si trova all’estremità meridionale della penisola di Prevlaka, all’imbocco delle Bocche di Cattaro — l’unica grande baia profonda del Montenegro e sede della sua principale base navale. Dopo gli scontri degli anni Novanta e una fase di smilitarizzazione avvenuta sotto sorveglianza delle Nazioni Unite, le due parti hanno firmato nel 2002 un Protocollo provvisorio su Prevlaka, tuttora in vigore, che assegna la porzione di terra — incluso Capo Oštro — alla Croazia, mentre la fascia di mare circostante resta sotto un regime provvisorio condiviso dai due Paesi, secondo la ricostruzione di DEPO Portal. Un accordo del 2008 tra gli allora premier Ivo Sanader e Milo Đukanović prevede che, in caso di fallimento del negoziato bilaterale, la disputa venga deferita alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja.
Sul piano giuridico le posizioni restano distanti. Zagabria sostiene che la partita riguardante la terraferma sia già chiusa: il principio dell’uti possidetis juris — richiamato anche dal parere della Commissione Badinter del 1992, secondo cui i confini interni delle repubbliche della ex Jugoslavia sono divenuti confini internazionali al momento dell’indipendenza — avrebbe già consolidato Prevlaka, Capo Oštro compreso, come territorio croato. Considerando tale visione, l’unico tema realmente aperto tra le due parti riguarderebbe il tracciato del confine marittimo all’ingresso della baia, ma non la sovranità sulla terraferma. Il giurista internazionale Časlav Pejović ritiene che il vero tema del contenzioso finirà per essere proprio la delimitazione del mare territoriale e della piattaforma continentale — area in cui, secondo una valutazione del 2022 dell’ex capo del gruppo di esperti del governo montenegrino Nebojša Vučinić, potrebbero trovarsi giacimenti di petrolio e gas individuati già in epoca jugoslava (DEPO Portal).
Cosa ha detto Milatović
Nell’intervista televisiva, secondo quanto riporta Portal Analitika, Milatović ha affermato che “l’interesse nazionale è che Capo Oštro, che fa parte di Prevlaka, all’ingresso delle Bocche di Cattaro, finisca per appartenere al Montenegro, perché in questo modo si protegge l’accesso alla baia”. Il presidente ha invitato a trattare la questione in modo responsabile e da statisti, riconoscendo al tempo stesso che Zagabria gode di un vantaggio diplomatico in quanto già membro dell’Unione europea, mentre Podgorica non lo è ancora — un divario che, ha precisato, non giustifica però la scelta di guastare i rapporti con la Croazia mettendo il Montenegro in una posizione negoziale più debole. Milatović ha aggiunto di essere convinto che un eventuale arbitrato internazionale finirebbe per dare ragione a Podgorica, ma ha messo in guardia contro il rischio di lasciare che la questione si risolva da sé, sostenendo che il governo dovrà muoversi prima che si crei una situazione de facto sfavorevole al Montenegro.
La dichiarazione è giunta in un ambiente già piuttosto teso: pochi giorni prima Milatović aveva proposto che l’ex diplomatico Miodrag Lekić — ambasciatore della Repubblica Federale di Jugoslavia in Italia durante i bombardamenti NATO del 1999 sotto il governo di Slobodan Milošević — entrasse a far parte della commissione montenegrina per la demarcazione del confine. Il ministero degli Esteri montenegrino ha tuttavia respinto la proposta, secondo quanto riportato da Pravda Balkan, proprio perché le sue posizioni sulla questione di Capo Oštro non erano gradite a Zagabria.
La reazione croata
Da Zagabria la risposta è arrivata tramite Vanda Babić Galić, consigliera speciale del ministro degli Affari esteri croato Gordan Grlić Radman, che in un’intervista al quotidiano Slobodna Dalmacija ha definito comprensibile che le parole di Milatović vengano percepite “come un passo indietro, perché richiamano la retorica del periodo in cui le aspirazioni territoriali del Montenegro verso il sud della Croazia erano accompagnate dal rumore dei cingoli dei carri armati” — un riferimento al coinvolgimento montenegrino nell’assedio di Dubrovnik del 1991-92, secondo quanto riportato da CDM. Babić Galić ha inoltre precisato che, dal punto di vista croato, Prevlaka come tale non costituisce una questione territoriale aperta: l’unico tema in sospeso riguarderebbe la delimitazione del confine marittimo all’imbocco della baia, mettendo in guardia contro affermazioni che possano suggerire il contrario.
La tensione si colloca di uno spettro più ampio di frizioni tra i due Paesi. Ad aprile 2026 il Parlamento montenegrino, su iniziativa del suo presidente Andrija Mandić, aveva annunciato una commemorazione delle vittime del campo di concentramento di Jasenovac — gestito durante la Seconda guerra mondiale dal regime ustascia filonazista in territorio croato — riaprendo ferite legate alla risoluzione sul genocidio di Jasenovac approvata dal Parlamento montenegrino nel giugno 2024, che secondo Balkan Insight aveva già provocato un deterioramento delle relazioni con Zagabria tale da portare al blocco croato sulla chiusura del Capitolo 31. In quell’occasione Grlić Radman aveva accusato gli ambienti politici montenegrini promotori dell’iniziativa di essere “legati ideologicamente all’eredità cetnica” e di negare il genocidio di Srebrenica, secondo Net.hr.
Diritto contro tempistica
Sul piano giuridico, un arbitrato sulla porzione di terraferma di Prevlaka può avvenire solo con il consenso di entrambe le parti — consenso che Zagabria, forte di una posizione che ritiene già consolidata, difficilmente concederà. Per questo gli osservatori citati da DEPO Portal suggeriscono che la strategia più realistica per Podgorica sarebbe concentrarsi sul negoziato marittimo, dove le sue argomentazioni sono considerate più solide, piuttosto che insistere sulla rivendicazione di Capo Oštro.
Sul piano politico, il problema principale è la tempistica. Il Montenegro si trova nella fase finale — e più delicata — dei negoziati di adesione: il gruppo di lavoro ad hoc per la stesura del trattato ha iniziato i suoi lavori a maggio 2026, e Bruxelles ha già indicato che il documento ricalcherà in larga parte quello croato del 2013. Dichiarazioni pubbliche come quella di Milatović rischiano di fornire a Zagabria ulteriori argomenti per mantenere il blocco sul Capitolo 31, anche se Zvezdana Kovač, del Centre for Civic Education, descrive la Croazia, in un’analisi ripresa da The Conversation, come un “rischio gestibile” piuttosto che un ostacolo strategico di fondo: le sue reazioni, secondo questa lettura, non riflettono una volontà di bloccare strutturalmente l’adesione montenegrina, ma rispondono tatticamente ai singoli sviluppi a Podgorica.
Calcolo interno o cautela diplomatica?
La vicenda va letta anche alla luce della fragilità della coalizione di governo montenegrina, che include forze filoserbe e filorusse accanto a partiti europeisti. Sia la disputa su Capo Oštro che il precedente di Jasenovac si inseriscono in una dinamica già osservata da analisti regionali, secondo cui alcune componenti della maggioranza avrebbero interesse a riaprire dossier identitari e storici proprio nei momenti più sensibili del negoziato con Bruxelles, complicando la posizione dei settori filoeuropei dell’esecutivo. Resta da capire se la dichiarazione di Milatović rifletta un calcolo politico interno — rivolto a un elettorato sensibile a temi identitari — o un tentativo, come da lui stesso dichiarato, di blindare preventivamente la posizione negoziale di Podgorica in vista di un’eventuale soluzione arbitrale.
Cosa aspettarsi da qui a fine anno
Nei prossimi mesi sarà cruciale capire se la Commissione per la demarcazione del confine — la cui composizione è oggetto di contestazione dopo il rifiuto della candidatura di Lekić — riuscirà a essere costituita e ad avviare un dialogo concreto con la controparte croata. Dal lato europeo, il calendario è piuttosto denso: Podgorica punta a chiudere tutti i capitoli negoziali entro fine 2026, compreso il Capitolo 31, per arrivare alla conclusione formale dei negoziati nei primi mesi del 2027 e alla firma del trattato di adesione in vista dell’ingresso nel 2028, secondo Balkan Insight. Sarà da monitorare se la Croazia, alla luce di questo nuovo episodio, manterrà la propria posizione di veto tecnico sul capitolo o troverà margini di compromesso, e se la disputa su Capo Oštro si tradurrà in un effettivo negoziato bilaterale o resterà, come già accaduto in passato, una dichiarazione politica senza seguito concreto sul piano diplomatico.

